Eppur (ci) si move. Diceva o quasi. Giunti all’ottava parentesi di questo festival poliedrico e ambiziosissimo, possiamo finalmente dire che il roBOt si è consacrato istituzione. Non esattamente a ciel sereno, però qualche nuvola di passaggio non poteva certo presagire un tale acquazzone. Riavvolgendo il nastro di un anno, nella passata edizione la novità di trascinare tutti i ben disposti dell’hinterland e non solo nei padiglioni di Bologna Fiere si legava a una proposta musicale che qui in Italia è già abbastanza rodata. Villalobos è un nome che rimbomba, perché è vero magari per alcuni ha perso un po’ di smalto, però il cileno è un highlander delle folle gremite e comunque sempre originale per quanto riguarda le produzioni in studio, e la cultura techno-minimal in Italia fa proseliti ormai un po’ ovunque. E pure i Moderat che dalla nicchia vengono sono indiscutibilmente diventati un’icona di stile ed eleganza, e senza risparmiarsi sui bassi, con un sound che si presta al grande evento. Quindi due artisti che diversamente sanno impacchettare due serate di successo e con un’eco extracittadina. A questo poi si aggiunge quello che solo il roBOt ha portato a Bologna,  il deus ex machina delle location. Gli hangar a perdita d’occhio della Fiera e Palazzo re Enzo, la Chiesa al centro del villaggio, con la musica che conquista la città nel suo epicentro storico e turistico. Ed è sicuramente questo il più grande successo del roBOt, la vittoria facile su una concorrenza che qui a Bologna non ha margine di confronto, per fascino e efficacia sono due contesti agli antipodi e ugualmente inarrivabili. Però se di consacrazione si parla è inevitabilmente questo l’anno di riferimento. La prova del nove di raggiungere vette di ingressi e di popolarità quando la capacità di risonanza degli ospiti in questione centra la sufficienza ma non va oltre. Tiga è un nome che a Bologna si era già sentito un paio di volte negli ultimi anni, e, commercialmente parlando, un’etichetta ai margini del mercato musicale (l’ultimo album Ciao!, il meno fortunato dei due usciti, risale al 2009). L’espediente del concerto live set non attecchisce, è una performance che non lascia il segno, adagiata, anche se poi su “Baby, song for any season..I got so many reasons” e quel motivetto da torcicollo ci batteranno sulle casse anche i palmi incalliti dei nostri nipoti. Per dirla tutta, anche la fusione tra Siriusmo e i Modeselektor non ha lasciato il segno. A tratti musica banale, chiassosa e poco elegante. Aggiungendo qualche imprecisione tecnica dell'impianto, pare che questa nuova proposta, alternativa ai Moderat dell'anno scorso, sia più dettata da una scelta di business che dalla ricerca di nuovi spunti musicali. Belle invece, più che la loro musica, le proiezioni durante lo show. A proposito di proiezioni, un'altra pecca è rappresentata dalla scelta di affiancare ai dj set del main stage una telecamera che riprendesse dall'alto mixer, giradischi e cdj.

Spiacevole da vedere se confrontato con visual di livello, noioso e statico, quello schermo sembrava voler essere un altro, ennesimo canale per celebrare gli artisti di turno, così che il pubblico non si perdesse nemmeno un istante delle loro mosse al mixer, manco fosse una partita a shangai.

Tra gli altri i classici Nina Kraviz (dj russa in ascesa e presenza magnetica, regina indiscussa dei balletti sinuosi in consolle), Trentemøller (tra i più attesi, fa uscire un suono nitido e pieno, nordico, vagamente Röyksopp), Daphni (membro della ben più nota compagine Caribou) che nel back to back con Floating Points rivela una cifra stilistica superiore, e così la serata di Sabato si spegne in crescendo. Peccato per l'inconveniente che ha costretto a non esibirsi Levon Vincent, per il quale avevamo alte aspettative. Comunque ben coperto da J.E.T.S.

Ebbene la scaletta un po’ delude le aspettative, direi allo stesso modo a priori e a posteriori, e però evidentemente non è tutto qui. Accade che il festival nella rappresentazione di se stesso riesce a trasmettere il messaggio programmato, e a esprimere una propria identità chiarissima e sovrastante i nomi che ne completano le line-up. Non è più la star la punta di diamante capace di riempire la sala col solo peso del proprio passato o presente discografico, ma una linea stilistica coerente, la scelta di artisti che insieme esprimono un senso di compiutezza. Questo è un successo, come negarlo, come quando ti convincono che la Coca Zero ti piace lo stesso. In altre parole, quando il messaggio è il mezzo stesso, e il contenitore supera in capacità di influenza il proprio contenuto. E questo succede perché quando leggi roBOt sai cosa stai pagando, sai dove sei a che esperienza stai prendendo parte. Ciò è dovuto anche alle attività di avvicinamento e sensibilizzazione ai contenuti trattati nel festival messa in atto dagli organizzatori di Shape, come la serie di roBOt Paths portati avanti con costanza, o come i workshop che hanno affiancato l'attività del festival, realmente concreti ed interessanti, con ospiti competenti. Questa volta più che mai. E’ la norma che si fa istituzione, non più l’evento che si ripete negli anni ma l’evento che gli anni li scandisce. Una consacrazione definitiva, che non vorrà esaurirsi sugli allori di chi ne ha colto l’identità più forte. Insomma, per la fortuna di questa città e dei suoi clubber più sudati, ci aspettano altri autunni di condensa.

 

 

la nostra opinione su robot festival 08

 

Federico di Sidirum
Federico di Sidirum
Soundcheck
Lorenzo Salmi, roBOt Argentina Coordinator

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traccia di chiusura di deep mariano, a luci accese.

/closing track by deep mariano, lights on.

 

 

 

 

Apparat al Teatro Comunale
a Palazzo Re Enzo
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Tiga